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William Blake

“Non c’è alcun dubbio che questo pover’uomo fosse matto eppure c’è qualcosa nella sua follia che mi interessa di più della normalità di Lord Byron o di Waletr Scott”. In questo modo il grande poeta inglese contemporaneo Wordsworth parlava di William Blake. William Blake definito dal grande studioso Daniele Capuano “il più grande poeta gnostico d’Occidente”, per tutta la vita ha dovuto lottare contro questa etichetta di folle, di visionario. Eppure, come intuiva Wordsworth, dietro alla sua follia, c’era un sostrato di sapienza.

Questo equivoco nasce probabilmente da uno dei temi cardine della poesia e dell’opera di Blake, William Blake che non è stato solo un grande poeta ma è stato un grande pittore e incisore, la cui influenza è stata determinante nello sviluppo dell’arte romantica dell’800 non solo in Inghiltera. Il tema appunto cardine della sua ruflessione filosofica e teologica è stato il tema gnostico della contrapposizione e della convivenza tra il bene e il male, tra la luce e la tenebra, tema che troviamo nella sapienza orientale al massimo livello nel taoismo e che nella filosofia occidentale è stato senza dubbio introdotto in maniera prepotente da Eraclito e poi ripreso da Platone.

E’ interessante notare come Blake sia stato considerato il santo  patrono da tutti i grandi poeti maledetti, da figure oscure e controverse come Aleister Crowley, da autori appassionati di occulto come Alan Moore; forse il più celebre e superficiale epigono di William Blake è stato Jim Morrison, il nome stesso del gruppo The Doors deriva da un libro di Aldous Huxley “The doors of perception” in cui il geniale scrittore raccontava i suoi esperimenti con le droghe psichedeliche, ma il titolo stesso del libro “le porte della percezione”, derivava da uno dei memorabili proverbi infernali di William Blake: “Se le porte della percezione fossero purificate tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è, infinito”.

Se noi però andiamo ad approfondire l’opera di Blake, e studiamo con attenzione e rispetto i suoi versi, scopriamo che era tutt’altro che un poeta oscuro, complesso, difficile; possiamo torvare nella sua opera delle strofe di una semplicità cristallina, non a caso una delle sue raccolte più famose è intitolata “I canti dell’innocenza”, contrapposta a “I canti dell’esperienza”, sempre per questo discorso di antitesi e conciliazione di bene e male.

E se è vero che William Blake ha esercitato potentemente il suo fascino su figure che appartengono, per intenderci, al “lato oscuro”, è significativo e illuminante che anche figure di grande rilievo spirituale come il maestro indiano Shri Mataji Nirmala Devi, parlino di William Blake come di un messaggero, come di un angelo nel senso etimologico, come il testimone e custode in Occidente di verità della sapienza orientale. Come dar torto quando si leggono dei versi come quelli che stiamo per recitare, che rappresentano gli auguri dell’innocenza, forse la più luminosa manifestazione poetica del concetto di illuminazione: “Vedere un mondo in un granello di sabbia e un paradiso in un fiore selvatico; tenere l’infinito nel palmo della mano e l’eternità in un’ora.

Adriano Ercolani

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