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LE RICAMATRICI , , ,

Uno dei compiti della letteratura è salvare dall’oblio episodi che andrebbero perduti, perché sfiorano soltanto quella che è considerata la grande storia, quella che, per intenderci, si studia a scuola. L’ultimo libro di Ester Rizzo ci aiuta a ricordare le vicende di un gruppo di donne che lavoravano come ricamatrici in un piccolo paesino nell’entroterra siciliano, Santa Caterina Villarmosa. Le ricamatrici in questione erano sfruttate e mal retribuite; per questo motivo decisero di mettere su una cooperativa per lavorare in modo autonomo. La cooperativa fu chiamata “La rosa rossa” e nacque il 5 novembre del 1977. Non occorre dire che trovarono molti ostacoli sulla loro strada.

 

Ideatrice dell’iniziativa fu Filippa Pantano, ritornata pochi anni prima dalla Germania, dove era emigrata con suo marito Liborio. Proprio in terra straniera prese coscienza di quelle che dovevano essere condizioni di lavoro giuste ed adeguate, impossibili in una terra come la Sicilia strangolata dal clientelismo e dalle associazioni mafiose. Le ricamatrici, guidate da Filippa, riuscirono a portare le loro testimonianze in tribunale, sancendo la nascita della cooperativa e riuscendo soprattutto ad accendere i fari sulle condizioni lavorative delle donne meridionali. L’atto di nascita della cooperativa però diede inizio al boicottaggio e all’ostruzionismo nei confronti di chi voleva rivendicare i propri diritti e aveva deciso di ribellarsi.

In effetti il racconto della Rizzo è un racconto di perdenti. Come sappiamo, purtroppo, essi non scrivono la grande storia di cui parlavo prima, per questo credo sia ancora più interessante parlarne. La “Rosa” è stata osteggiata perché non consona ad un territorio governato dalla malavita, di cui tutte le imprese devono tener conto. Troverà tuttavia molti appoggi: dai familiari ai sindacati, dalla nobiltà che apprezzava il lavoro artigianale delle ricamatrici a buona parte della politica. Appoggi che purtroppo risulteranno inutili.

VOTO 10 FERMATE: E’ interessante l’idea di narrare la vicenda come fosse un romanzo e non come un saggio storico: in questo la Rizzo è stata aiutata dai familiari delle ricamatrici. Le espressioni dialettali conferiscono ancora più realismo. È un romanzo fondato sulla caparbietà di donne forti, sulla loro capacità decisionale e la loro rivincita attraverso l’emancipazione, contro una società che le voleva madri, casalinghe e nulla più. Un consiglio di lettura, affinché la vicenda delle ricamatrici di Santa Caterina non scompaia nel nulla.

CITAZIONE: “Questa casa, Graziellì, divenne il luogo delle riunioni, le porte sempre aperte, un punto di riferimento per tutte. Non fu facile rivendicare i nostri sacrosanti diritti perché spesso non riuscivamo ad individuare i veri datori di lavoro, dato che gli intermediari si rifiutavano di svelare il nome delle ditte che acquistavano i nostri ricami. Quelli avevano la testa di scecco, testardi come i muli. Ma alcuni dirigenti sindacali ci aiutarono e stilarono un documento, mi pare lo chiamassero “piattaforma”, in cui si chiedeva una retribuzione minima di centoventi lire l’ora e l’obbligo per gli intermediari di rendere pubblica l’identità dei committenti. Finalmente così iniziammo a conoscere i nomi di quegli sfruttatori: alcuni erano imprenditori di Agrigento e di Palermo. Ma questi, che avevano la testa di scecco ancora più dura di quella degli intermediari, quando furono convocati presso gli uffici del lavoro, manco si presentarono. E allora sai chi successi, Graziellì?”. La ragazza a bocca aperta aspettava il racconto senza proferire parola. “Successe che un fiume di donne si riversò per le strade del nostro paese e accussì finì la tranquillità”.

Libero Iaquinto

Anno

2018

Casa Editrice

Navarra editore

Pagine

96

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