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UNA VITA CON CIORAN. Intervista con Norbert Dodille , , ,

Avrei potuto fare il figo, vantandomi della facilità con cui sforno una recensione dopo l’altra, ma voglio essere sincero con voi. Il testo che vi presento è lungo più o meno cinquanta pagine. Non ho nemmeno il coraggio di chiamarlo libro. Lo chiamerei compendio della vita di un pensatore attraverso le parole di chi gli è stato più vicino. Simone Bouè fu compagna di Emil Cioran dal 1942, anno in cui si conobbero a Parigi, al 1995, anno della morte del filosofo. Nel 1996 concesse un’intervista al professor Dodille, pubblicata solo quest’anno.

 

Chi era Cioran? Se non sapete dare risposta non sentitevi ignoranti. Il filosofo rumeno disprezzava il successo. Se non sapete nulla di lui gli fate solo un piacere. O quasi. In realtà più che essere riconosciuto per strada voleva essere letto, capito, magari seguito. Abbandonò il rumeno per il francese perché semplicemente non aveva senso scrivere in una lingua che nessuno parlava. Si rivolgeva prima di tutto ai giovani, proprio per il suo atteggiamento didattico radicale, tanto che l’offesa di Camus “filosofo per liceali” gli sembrava quasi un complimento.

Del resto dal testo emerge come neanche la sua compagna lo conoscesse a fondo. L’occasione dell’intervista fu appunto la pubblicazione dei suoi quaderni privati rinvenuti dopo la sua morte. Se da una parte è ovvio pensare che un filosofo, i cui temi principali dei suoi saggi sono fallimento e nichilismo, non sia una persona allegra, dall’altra c’è la testimonianza della persona con cui ha condiviso la vita, che gli  riconosce una forte vitalità, seppur condita da molte manie e capricci.

VOTO 10 FERMATE: Il tempo di salire sul vagone, sedersi, leggere il testo, finirlo e poi accorgersi di non essere ancora partiti. L’intervista è incentrata sulla figura di Cioran, ci sono pochi riferimenti alla vita di Bouè, così come ci sono pochi riferimenti al pensiero all’interno della sua produzione. È un racconto di vita quotidiana.

CITAZIONE: “Quando lo conobbi, Cioran scriveva in rumeno. In effetti, fu nel 1947 che prese la decisione di scrivere in francese. Sì, egli stesso racconta l’aneddoto, secondo cui si trovava a Dieppe e, al momento di tradurre Mallarmé in romeno, decise alla fine che tutto ciò non aveva senso.”

Libero Iaquinto

Casa Editrice

La scuola di Pitagora editrice

Anno

2016

Pagine

70

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