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VOLO DI PAGLIA , ,

“Volo di paglia” è un gioco semplice. Procuratevi un fienile con una montagna di paglia, saltateci sopra da un’altezza ragguardevole e godetevi quei pochi secondi in cui sarete sospesi in volo: il bello del gioco, ed il suo scopo, è proprio questo. Siamo nel 1942, la guerra imperversa e non sembra terminare a breve; il piccolo centro di Agazzano si appresta a celebrare la festa del paese come ogni agosto, ma il clima è tutt’altro che festivo. Solo i bambini del paesino, tra cui Tommaso e Camillo, amici per la pelle, sembrano felici che sia finalmente arrivato quel giorno. Condivide la felicità per la festa anche Lia Draghi, figlia della maestra Ada e del temuto gerarca fascista del paese, Gerardo Draghi. Cinquant’anni dopo le loro vite si intrecceranno con quelle della giovane Mara e dei piccoli Luca e Lidia. In che modo?

 

La trama trova sostanza proprio nella comparazione tra presente e passato. Agazzano è un paese di campagna dove a farla da padrone è appunto Gerardo Draghi. Tommaso, dunque, non vuole che Lia esca con lui e Camillo, per via delle violenze perpetrate da parte di suo padre su chiunque: uomini di chiesa, invalidi e naturalmente verso coloro ritenuti vicini ai partigiani. Inoltre tutto il paese è sconvolto dalla scomparsa del piccolo Franco, della quale Gerardo è ritenuto l’unico responsabile. Dopo cinquant’anni si pensa che la situazione sia cambiata, ma non è esattamente così. La Valle, come veniva chiamata la residenza dei Draghi, è una casa in rovina che domina sul piccolo paese. Al suo interno aleggia ancora l’idea di un passato che non vuole andare via, che anzi finirà per trascinare con sé chiunque si avvicini.

Il ricordo e i traumi subiti nel passato guidano le vite dei protagonisti. Camillo, ormai affetto da demenza senile, non riesce a dimenticare la piccola Lia; Mara ritorna ad Agazzano perché non aveva dimenticato Stefano, un amore durato il tempo di un’estate, morto tragicamente in un incidente stradale; Luca e Lidia giocano a volo di paglia, così come facevano Camillo e Lia. È un gioco che dovrebbe rappresentare l’occasione per evadere dalla realtà e ritrovare le proprie sensazioni; proseguendo nel racconto diventerà anche simbolo dell’infanzia perduta dei bambini di Agazzano, finita troppo presto a causa della guerra e delle violenze. I protagonisti sono alle prese con una persistente elaborazione del lutto, che non permette di guardare oltre. Essi vivono in un passato che si ripresenta continuamente, un passato tragico da cui è difficile uscire.

VOTO 20 FERMATE: Un racconto lungo più di cinquant’anni plasmato sulla comparazione tra il prima e il dopo, un ritratto della campagna piacentina durante la seconda guerra mondiale e la fine del secolo scorso; luoghi di cui Laura Fusconi conosce benissimo la storia, essendoci cresciuta. Forse per questo focalizza il romanzo sulle sensazioni dei bambini rispetto all’ambiente circostante e sulla realtà storica che stanno vivendo. La gran quantità di dialoghi snellisce il racconto e permette una lettura piacevole. Essendo un libro d’esordio, non posso far altro che consigliarlo!

CITAZIONE: “Glielo devo dire a mamma che non ci aveva capito niente, che lei mi diceva che se facevo il monello sarebbero arrivate le streghe e mi avrebbero portato via. Invece le streghe sono brave! Sono le fate a essere cattive! Non riesco a muovermi e non vedo nulla perché di sicuro mi hanno fatto un incantesimo. Ho sbagliato tutto: dovevo andarmi a nascondere nel Bosco delle Streghe, non nel Bosco delle Fate.”

Libero Iaquinto

Anno

2018

Casa Editrice

Fazi

Pagine

240

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