Letture Metropolitane intervista Riccardo Falcinelli 8 Ottobre 2020 – Posted in: Interviste

Riccardo Falcinelli è un visual designer italiano; c’è lui dietro il progetto grafico di molte case editrici e altrettante copertine di libri. Lo abbiamo incontrato durante la scorsa edizione de “La città dei lettori” a Firenze e ci ha raccontato cosa vuol dire occuparsi di copertine, come sta evolvendo l’oggetto libro e perchè è importante adattare la propria scrittura al mezzo di fruizione.

Ciao Riccardo!

Ciao, grazie dell’invito.

Da cosa si parte per “costruire” una copertina che sia affascinante e allo stesso tempo rispecchi l’anima del libro?

Non c’è un’unica strada e non c’è un’unica risposta ovviamente. Di volta in volta, a seconda di chi è l’autore e di qual è il libro, in che momento storico e anche in che momento dell’anno si decide di pubblicarlo (può sembrare paradossale, ma fare una copertina per un libro che esce a Natale spesso non è come farla per un libro che esce d’estate).

Sono tante le valutazioni che si fanno: bisogna capire intanto che tipo di libro è, e per tipo non intendo solo il genere letterario, ma a quale tipo di lettore andrà incontro, perché le persone desidereranno comprarlo. Bisogna fare tanti tipi di ragionamenti, legati alla scrittura, alla trama, al tipo di scrittore (un conto è un esordio di un ventenne, un conto quello di un sessantenne), e poi bisogna considerare chi è l’editore, che aspetto vogliamo dare a quel libro perché somigli più o meno all’editore. Per esempio in Italia è abbastanza evidente che nel caso dei thriller la grafica è molto più simile tra libro e libro che non tra editore ed editore:  il thriller ha un suo tono che fa sì che editori diversi sposino quel tono nella scelta delle fotografie, dei colori e dei caratteri tipografici. Mentre se andiamo sul letterario le differenze sono più marcate: un titolo letterario è molto diverso se appartiene a Mondadori o ad Einaudi.

L’aspetto difficile di questo mestiere è che richiede soprattutto tanta esperienza, ti devi basare su quello che sai, su quello che è accaduto in libreria, su quello che  accade all’estero, devi avere una visione generale. E poi è una scommessa: non c’è una formula per fare la copertina perfetta. Ci sono copertine che reputavo eccezionali e che sono andate malissimo e viceversa. E’ un processo di tipo creativo e quindi si tratta di interpretare tanti fattori: la libreria, i lettori, il momento storico.

Quale sarà secondo te l’evoluzione dell’oggetto libro,  anche rispetto al suo rapporto con i social?

Credo che i libri continueranno ad esserci, diversamente da chi pensa che stiamo assistendo ad una rivoluzione che distruggerà tutto. E ci credo per una ragione che non ha a che vedere col libro: se noi guardiamo alla storia degli ultimi duecento anni, l’invenzione di nuove forme di racconto non ha cancellato le precedenti ma ha moltiplicato gli eventi. Quando è arrivato il cinema si diceva “il teatro morirà”: il teatro non è morto, quando è arrivato il cinema il teatro si è liberato dal vincolo del naturalismo, che è stato preso in carico dal cinema, ed è diventato sperimentale. Le regie teatrali più sperimentali appartengono al ‘900 non all’800. E così quando è arrivata la televisione “il cinema morirà”: ma il cinema si è messo fare un certo tipo di discorsi e la televisione ne ha fatti altri. Oggi con l’esplosione delle serie tv e degli schermi digitali, stiamo assistendo a nuove forme di racconto che non cancellano quelle precedenti. Ovviamente andiamo meno al cinema perché abbiamo la possibilità di vedere i film a casa, ma non è che non ci andiamo più; se fosse vero che al cinema ci andiamo per vedere i film, avremmo smesso completamente. Invece continuiamo ad andarci anche per uscire, per andare a mangiare la pizza, per stare in compagnia, per l’esperienza.  Un mio amico semiologo normalmente fa questa battuta che io trovo di una precisione assoluta: “Non è che siccome vendono la birra al supermercato non si va più al pub”, sono esperienze diverse. Non credo quindi che il libro digitale cancellerà il libro di carta, ma credo che il libro digitale farà delle cose che  il libro di carta non può fare. Una ce l’abbiamo sotto il naso, è la consultazione: chi compra ancora le enciclopedie? Ma il libro di carta potrà fare delle cose che il libro digitale non potrà fare.

Per esempio io sto facendo uno sforzo con i miei libri, quelli che scrivo, che non esistono in ebook: scrivere dei libri che abbiano un senso con quel supporto. Il tipo di immagini che vengono scelte, la posizione che occupano nella pagina, il ritmo di come si sfogliano i capitoli. E’ un’esperienza di sfoglio, non di scorrimento. Se dovessi scrivere gli stessi contenuti per smartphone, probabilmente li scriverei in maniera diversa. Secondo me è molto importante che chi scrive si renda consapevole di qual è il medium attraverso cui la sua scrittura arriverà agli altri. Però si stanno moltiplicando le piattaforme di scrittura, non si stanno riducendo; il libro sta diventando una cosa, la scrittura sta diventando mille cose.

Il fatto di avere accesso più facilitato ai contenuti ma anche alle copertine dei libri ha aumentato la facilità di cogliere dei plagi, dei ritorni di alcune immagini. Ci sono dei momenti in cui sembra che esistano le stesse copertine per molti libri diversi: come mai accade? E’  un fenomeno voluto, è il frutto di mode?

Sono tutte le cose insieme. C’è una questione pratica: le foto che vengono usate per le copertine dei libri vengono da grandi archivi fotografici, che sono comuni per tutti gli editori del mondo e non danno l’esclusiva; tu compri la foto, ma la può comprare qualcun’altro e, a parte Trevillion, non sai chi altro l’ha comprata. Quindi è molto facile che, siccome questi archivi quando fai delle ricerche ti fanno comparire al primo posto le foto più recenti, nello stesso mese due persone trovino la stessa foto, gli piaccia e decidano di usarla. Poi c’è il discorso delle mode: ad esempio nei thriller da cinque anni a questa parte vanno di moda gli uomini di spalle che corrono. Uomo di spalle fermo invece è libro melanconico. Qualche anno fa abbiamo avuto i faccioni in copertina; insomma ci sono le mode. Detto questo, mi chiedi se è voluta: in parte sì, e io sono un po’ polemico nei confronti delle critiche a questa cosa. Mi sembra una cosa un po’ moralista e ti spiego perché. Noi esseri umani ragioniamo per immaginari, che sono una serie di valori visivi che condividiamo gli uni con gli altri. Il bello delle mode sta in  questo: in un certo momento storico noi condividiamo un certo tipo di tono visivo e di immagine. Il fatto che in un decennio tantissimi libri condividano la stessa iconografia, magari con foto molto diverse, mi sembra una cosa incredibilmente divertente. Penso che criticare questo sia veramente essere schiavi della frenesia contemporanea in cui bisogna avere ogni giorno qualcosa di nuovo, che è un isterismo da elettronica, come il ricambio continuo di cellulari.

Oggi sono stato agli Uffizi: se prendiamo il ‘400, le Madonne per cinquant’anni sono tutte fatte allo stesso modo. Dov’è lì il divertimento? Vedere come tra Botticelli e Andrea Del Sarto cambia la posizione del braccio, la curva del mento; è quel gusto della variazione su uno stesso tema dato che è affascinante. Chiaramente non mi reputo Botticelli, né l’editoria è gli Uffizi, però in un contesto creativo minore il fatto che ci siano dei modelli che si ripetono con variazioni, la trovo una cosa che ha il suo fascino, non credo che dimostri poca creatività. Anzi le copertine che ammiro di più dei miei colleghi sono quelle che prendono una iconografia banale, vista, trita, abusatissima, e ci mettono quel guizzo che la rende comunque diversa dalle altre.

Parliamo di fascette: quanto ormai il loro potere è negativo per l’immagine di un libro e qual era invece il valore positivo che avevano in origine? Progettando una copertina, si pensa anche alla possibilità che venga inserita la fascetta (penso soprattutto a quelle che indicano i premi)?

Quando si fa una copertina già si sa se ci sarà la fascetta. A me viene detto circa sei mesi prima, quindi se scelgo un certo tipo di immagine devo considerare che cinque centimetri al piede devono essere liberi. Gli editori hanno idee molto diverse in proposito: ci sono editori che adorano le fascette e le mettono ovunque (Newton Compton ad esempio), editori che non le mettono mai (Adelphi). Per Newton Compton la fascetta è un tipo di pubblicità aggiunta. La mia opinione è che, come tutte le cose, funziona quando ha un senso vero, assoluto, quando c’è una motivazione forte. Se tu mi fai una fascetta per dirmi “11.000 copie vendute” è ridondanza, è invisibile, i lettori neanche la notano più. “Un successo straordinario tradotto in 32 paesi”: a me come lettore, cosa frega di una cosa del genere? Molto poco. Diverso il caso se viene inserita una informazione molto precisa, molto circoscritta: ad esempio “da questo libro il film con Di Caprio”. Mi stai dando una informazione, magari quel film l’ho visto, non avevo collegato che era quello il libro, allora lo prendo. E’ sempre pubblicità, ma più precisa. Ci sono poi occasioni in cui le trovo strettamente necessarie: se hai vinto il Premio Strega o il Campiello, lo metti, perché stai dando una informazione sia pubblicitaria che culturale. Oppure in casi più di nicchia: ad esempio io mi occupo di grafica e di design, c’è stato un libro qualche anno fa che ha vinto il Compasso D’Oro, che è un premio che solitamente viene dato ad oggetti di design. Il fatto che l’abbia vinto un libro è un’informazione pubblicitaria che però ha una sua sensatezza e non rimane invisibile.

Su Letture Metropolitane ci occupiamo di lettura in viaggio, in movimento: ti vengono in mente dei titoli che sono stati dei buoni “compagni di viaggio”? Non solo per il contenuto, ma magari per il formato, il font…

Adesso dirò una cosa, non voglio sembrare troppo egocentrico, però mi sento di dirla: io ho preparato tutti gli esami dell’università in metropolitana, perché per un periodo vivevo a Londra, facevo uno spostamento molto lungo di quasi cinquanta minuti al giorno, andata e ritorno. Ho preparato esami anche consistenti, come quello di Arte Medievale, tutti in metropolitana. La cosa di cui mi rendevo conto a vent’anni, era che c’erano testi che mi premettevano di essere memorizzati in quell’arco di tempo,  e altri che non lo permttevano. Perché la metropolitana non è la biblioteca: magari ti fai i primi venti minuti in piedi, poi cambi posizione, poi ti metti seduto.

Quando sono tornato a Roma, ho continuato a studiare in metropolitana anche se la tratta era diventata di un quarto d’ora, e quindi sceglievo i libri in base a come erano scritti, che potevano funzionare su quel quarto d’ora.  Quando ho cominciato a scrivere i miei libri, li ho scritti a prova di metropolitana. Il mio primo libro era un manuale per gli studenti: scrivevo i periodi, li leggevo ad alta voce e controllavo se il concetto iniziava e finiiva in un arco di tempo di un quarto d’ora. Se riuscivo in quell’arco a mettere un paio di immagini, l’esposizione di un concetto teorico, un aneddoto e la chiusura. Questa cosa mi è venuta in mente pensando ai fumettisti degli anni ’40 che lavorando sui giornali avevano la striscia, e quindi facevano solo quattro vignette ma poi magari la storia era lunghissima e dovevano usare il rtimo 1,2,3,4 pausa, 1,2,3,4, pausa. Poi le strisce venivano raccolte in un fumetto lungo, ma rimaneva dentro quel rtimo. Secondo me sono cose di cui dobbiamo tenere sempre più conto; chiaramente io questa cosa l’ho fatta perché sapevo che l’avrebbero letto degli studenti, non dico che tutti i libri dovrebbero essere scritti così, e so, perché l’ho vissuto sulla mia pelle,  che gli studenti spesso sono dei pendolari. Quando feci leggere questo testo al mio editor, lui si accorse di questa cosa, disse “E’ molto cadenzato, sei sicuro di volerlo così?”, io gliel’ho spiegato e gli ho detto “guarda che in fondo è a prova di Facebook”, perché anche quando stiamo a casa, ogni dieci minuti, un quarto d’ora, la notifica l’andiamo a vedere. Oggi non abbiamo più il tempo lungo che faceva sì che nascesse “Anna Karenina” 150 anni fa. Cambiano le pratiche sociali nella nostra vita e ci dobbiamo adeguare anche nella scrittura.

Grazie mille a Riccardo Falcinelli e a La città dei Lettori! Qui sotto trovate il podcast dell’intervista.