TRUE MEN DON’T KILL COYOTES – ALESSANDRO SESTO AL CONCERTO DEI RED HOT CHILI PEPPERS 3 agosto 2017 – Posted in: Blog, Il Sesto tempo

Cos’è che chiamiamo “umano”? Qualcosa che sta tra la scimmia e il robot, forse, ma non in una scala di valori ben organizzata o almeno rispettosa della realtà, quanto in una rappresentazione liquida e contraddittoria desunta da film visti dopo la mezzanotte. Per dire: scimmia = molto dispettosa e senza consapevolezza. Robot = per niente dispettoso e senza consapevolezza. Uomo = dispettoso il giusto, consapevole, simpatico, empatico, sintesi di opposti, contraddizione che si risolve, coscienza delle stelle, modello inattingibile per il resto dell’universo. Con queste coordinate valutiamo il livello di umanità di una band e delle sue performance e concludiamo, lo anticipo perché troppa suspance fa produrre radicali liberi, che i Red Hot Chili Peppers sono la band più umana di tutte.

Sono andato al loro concerto di Milano come un nipote va in visita a zii eccentrici. Infatti suonavo in una RHCP tribute band abbastanza ossessiva nello studio dei dominus, e così ho vissuto “con loro” per qualche anno. Come mi aspettavo, hanno confermato di essere refrattari al concetto forse un po’ ripugnante di “professionismo” in musica. Non mi riferisco ai limiti tecnici, per esempio i concerti degli U2 o di Madonna sono un kabuki, ma al loro spontaneo disinteresse a fare le cose giuste. I RHCP si accordano tranquillamente gli strumenti tra un pezzo e l’altro, iniziano e finiscono i brani con accettazione filosofica della complessità del reale, cioè alla cazzo, si vestono e si muovono ognuno secondo il suo gusto personale, e infine non fingono di avere un rapporto col pubblico ma si guardano soprattutto tra loro, come una band di adolescenti. A bilanciare questa spontaneità c’è la consapevolezza leopardiana nella loro musica, che racchiude quasi in ogni brano la contraddizione del volersi esaltare pur sapendo che c’è poco da esaltarsi. La strofa funky della vitalità alimentata di illusioni che si risolve nel ritornello melodico in minore della consapevolezza. Una musica senza rabbia o disperazione, non per superficialità ma per saggezza, e che accetta l’Uomo così com’è: un tizio drogato e nudo che però non spara ai coyote.

Alessandro Sesto