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IL VANGELO DEL BOIA , , ,

Mastro Titta è la figura emblematica di ciò che il potere papale ha rappresentato a Roma. Esecutore materiale di centinaia di decapitazioni, incuteva timore e reverenza, paura e rispetto. All’età di 85 anni era ancora attivo sul patibolo, durante gli anni più turbolenti della storia pontificia, quel decennio 1860-70 che si concluderà con la breccia di Porta Pia e Roma capitale del Regno d’Italia, a discapito dello Stato Pontificio. Nicola Verde descrive quegli anni attraverso la figura del boia papalino, un ossimoro che offre interessanti spunti di riflessione.

 

Durante l’ultima esecuzione qualcosa va storto: Mastro Titta tentenna e taglia la testa del condannato con imprecisione. L’ufficio pontificio decide di congedarlo e indica come motivo dell’indecisione l’età avanzata, ma la realtà è ben diversa. Un momento prima di fendere il colpo un’immagine rapisce la sua attenzione: una figura che riguarda il suo passato. Il giornalista Mezzabotta vuole capire il vero motivo e intervista il boia, che racconterà nei minimi particolari le vicissitudini che lo hanno condotto a quell’esitazione. Mastro Titta si ritrova invischiato suo malgrado in intrecci politici legati alla sopravvivenza pontificia, manovrati da loschi figuri senza scrupoli, che non esitano a condannare persone innocenti, estorcere false testimonianze e perfino uccidere.

Il boia è un personaggio segnato dal tempo, disilluso, solitario. Il suo sporco lavoro lo ha allontanato anche dall’unico vero amore della sua vita, Benedetta, il cui ricordo rivive nella giovane Costanza. Il loro rapporto è fondamentale: sebbene si vedano pochissime volte, i loro incontri sono pieni di pathos e sentimenti contrastanti. Mastro Titta è legato indissolubilmente alla politica dello Stato, ma vuole allontanarsene; Costanza, invece, cerca in tutti i modi di farne parte, sia per aiutare il marito, militare congedato, sia per vanità personale. La giovane però risulterà una semplice pedina nel cinico scacchiere politico e chiederà aiuto al boia che vedrà in lei un’occasione di redenzione dopo anni di rimpianti. La redenzione dunque è il vero motore trainante della sua azione nelle maglie degli intrighi di palazzo e nella difficile vita romana di quel periodo.

VOTO 20 FERMATE: La trama riprende fatti realmente accaduti che Verde è riuscito magistralmente a collegare affinché il romanzo abbia una sua unità. Lo stile è asciutto, l’autore punta alla sostanza del racconto, con dialoghi divertenti che deviano anche dalla trama principale, per affinare i rapporti tra i protagonisti. Nel caso in cui la metro di Roma fosse in ritardo, non perdete l’occasione di uscire fuori e godervi i luoghi del romanzo. La Roma di Verde mostra una nobiltà animalesca e un popolino succube più che oppresso. Mastro Titta rappresenta il punto di unione tra i due mondi così lontani ma inevitabilmente così vicini.

CITAZIONE: “All’interno c’erano due file di banchi, una decina in tutto. Soltanto i primi erano occupati da alcune contadine. Imbacuccate per il freddo, spandevano attorno una puzza di sudore e urina stantia e di corpi corrotti dall’età e dalle malattie. I ventri gonfi. Assistere alla santa messa doveva essere il loro unico diversivo a una vita che dovevano trascinare come bestie.”

Libero Iaquinto

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