ALESSANDRO SESTO AL CONCERTO DEI SYSTEM OF A DOWN 2 luglio 2017 – Posted in: Blog, Il Sesto tempo

“Giacché noi, soltanto noi, che conserveremo il segreto, soltanto noi saremo infelici.”

Dostoevskij, Fëdor Michajlovič. – I fratelli Karamazov

Come è noto, il dionisiaco Nietzsche balla dimentico della sua natura di individuo, mentre  l’apollineo Schopenhauer siede tranquillo nel mezzo di un mondo pieno di tormenti, appoggiandosi con fiducia al principium individuationis. Al concerto dei Prophets of Rage e System of a Down a Firenze stavo appunto come Schopenhauer, però in piedi. Ovunque intorno a me, invece, le orde dionisiache erano decise a trascendere e farsi uno con l’universo, processo il cui primo e fondamentale atto è levarsi la maglietta, componendo uno scenario familiare al lettore di distopie post-apocalittiche: da giganteschi schermi i leader comandano una massa di bruti pelosi: agitate le mani, saltate, formate un cerchio di positività. Tutto ciò avvolti da nuvole di polvere.

I Prophets  of Rage, che aprivano per i SOAD, sono particolarmente prodighi di queste di disposizioni da villaggio turistico, che nel loro magico mondo coesistono senza problemi col ribellismo dei  testi, tipo: “eseguite l’obbligatoria capriola della pace e cantate in coro  fuck you I don’t do what you tell me. È irritante, ma poi penso che se nell’ebrezza dionisiaca ogni cosa è ogni altra cosa, allora non può esserci contraddizione, quindi hanno ragione anche loro. Placato il principium individuations con questo trabocchetto, mi godo lo spettacolo. La loro musica è un ben organizzato rapporto di pieni e vuoti, ritmici e di volume, quasi senza melodia, basata sui crescendo e su una ferma adesione al concetto che repetita juvant. Nonostante le risibili pretese di pacifismo, parlano direttamente all’amigdala suggerendo che è tempo di bastonare qualcuno. Mi faccio coinvolgere  fantasticando di riunioni condominiali finite nel sangue finché un rapper della band (B-Real, per chi  pensa che anche ai rapper spetti un nome e un’identità), ci chiede di accovacciarci per poi saltare, specificando che sarà “la più bella esperienza della nostra vita”. Della nostra vita! Questo non sa che contribuisco a un blog, penso. Infine concludono, e dopo che li ho tanto criticati già mi mancano. Passa un’ora di attesa che azzera il mio ebbrezzometro, e  i SOAD arrivano sul palco e attaccano a suonare, un pezzo dopo l’altro, senza fermarsi. Nel pubblico crescono gli stati d’estasi, e come immediata conseguenza mi arriva un paio di volte nella schiena un entusiasta del pogo che somiglia a Zoidberg. Molti cantano coprendo la voce di Tankian, e questo pure senz’altro, lo so, è  parte del trascendere i limiti, soprattutto quelli dell’intonazione. Fatti scontati a un concerto rock, ma se c’è un valore nel cantare insieme a quarantamila persone e ballonzolare alla presenza (mistica, perché neppure li vediamo se non sugli schermi) dei divi, a me sfugge. Vedo altri come me ma siamo una minoranza, il grosso delle nostre truppe è a casa che ascolta musica in cuffia.  Sul palco invece domina lo spirito apollineo. I SOAD suonano una musica ironica, struggente, rabbiosa, clownesca, geniale, ricca di sfumature e, appunto, dolorosamente consapevole. Anche le loro facce sono così, non c’è nessun abbandono, nessuna leggerezza beata, mai. È chiaro, nel mio mondo immaginario è chiaro, intendo, che in ogni momento del concerto il principum individuationis instancabile ricorda loro che questo “incontro” coi fan è un rito, un’illusione e una pagliacciata, e la musica stessa alla fine è un trucco. E sicuramente è un trucco, ma di qualità superiore e che a tratti funziona, anche su vecchi somari del circo apollineo come me. Arrivati a Hypnotize un momento di eroica raucedine dei coristi intorno a me consente alla voce di Tankian di spiccare solitaria e andare a bersaglio, e così di un colpo decido che il suo volto afflitto è quello del Grande Inquisitore, che assorbe su di sé tutta la consapevolezza dell’Ippodromo per permetterci di passare un’ora di vita in comunione  con l’universo. Si verifica quel fenomeno per cui il dolore risveglia la gioia, il giubilo strappa al petto note di tormento, penso a noi quarantamila mona, al destino, alle stelle e a quei quattro armeni dolorosi e mi commuovo, forse anche piango come una figa ma posso sempre sperare che è stata la polvere. E quindi insomma alla fine nel mio piccolo sono stato dionisiaco anche io.

Alessandro Sesto