LA LEGGENDA IRLANDESE 29 aprile 2016 – Posted in: Blog, Il Sesto tempo – Tags: ,

Gobban Daley amava Mairin, una ragazza dai capelli rossi, ovvio, ma non si decideva a chiederla in sposa perché voleva attardarsi nelle passioni della sua gioventù, le corse a cavallo, le risse, le bevute, le gare di versi in rima e altre  cagate irlandesi, cose che avrebbe potuto fare anche da sposato a pensarci, ma così dice la leggenda. La sua amata, stanca di aspettare, sposò un forestiero ed andò a vivere con lui in un’altra contea, una contea del tutto identica a quella di Gobban Daley, ma i cui abitanti invece credevano profondamente nelle differenze immaginarie tra contee, facevano di quelle differenze la loro ragione di vita, ed erano certi nel loro cuore  che quelli della contea di Gobban Daley fossero tutti coglioni. Infatti, quando vedevano uno della contea di Gobban, salvo fosse una bella ragazza dai capelli rossi, chiaro, lo cacciavano a sberle, calci e colpi di forcone, per cui infine il loro territorio era interdetto all’eroe di questa leggenda, il quale, e questo è il punto, non vide mai più la bella Mairin.

La gioventù passò ugualmente, e Gobban era divorato dai rimpianti. In particolare, non essendovi nessuno nella sua contea in grado di fare un ritratto a memoria, e non avendo lui una raffigurazione dell’amata, aveva il terrore di dimenticarne il viso. Ogni giorno la sua principale occupazione era tenere viva l’immagine del volto di lei nella sua mente, e ogni sera tremava all’idea di perdere quell’immagine al risveglio. Irrobustiva il ricordo con le conferme dei suoi concittadini, ai quali chiedeva se Mairin davvero avesse la pelle chiara come un giglio, gli zigomi alti, il naso leggermente arcuato e la bocca fiera, tratti che di per sé potevano essere anche quelli di un albino indo-americano, ma completati dalla memoria la definivano. Così procedeva appunto la sua vita secondo la leggenda, finché una contadina del posto, una delle tante che avevano conosciuto Mairin e che dovevano assentire alle domande quotidiane di Gobban, gli disse che Mairin, appunto, oltre a quelle cose che lui ripeteva, il florido seno le labbra vermiglie eccetera, aveva anche i baffi. Non foltissimi, ma ben visibili. I baffi Gobban non se li ricordava. Protestò, ma la contadina era sicura. Chiese ad altri e questi confermarono tutti, anzi si stupirono che lui non ricordasse. Ma se la chiamavano la baffa, dicevano. Gobban si rese conto che non ricordava bene come credeva, che non era possibile ricordare, nessuno ricordava niente di niente, i ricordi erano immaginazione, e questa è peraltro la lezione di neurologia spicciola che va tratta dalla leggenda secondo la rivista da un euro per cento pagine dove l’ho letta, e così dimenticò Mairin, o meglio accettò il fatto che l’aveva già dimenticata, e sposò un’altra con cui visse felice fino alla morte, con l’unico neo che quando facevano l’amore, spesso all’acme gli veniva alla mente Gengis Khan.

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Alessandro Sesto

illustrazioni di: Giorgia De Maldè